Pubblicato in Rivista di psicologia analitica, Volume 111/2025
L'incredibile successo ottenuto dalla miniserie Adolescence sembra obbligare giovani e meno giovani a porsi serie domande rispetto a tematiche non certo nuove, anzi probabilmente antiche quanto l'umanità stessa. (1)
Possiamo partire dalla fine. Il padre del giovane protagonista Jamie si scusa perché sente di non aver svolto del tutto correttamente il suo ruolo: nell'ultimo episodio ricorda il suo di padre, che esercitava con grande disinvoltura un'educazione basata su punizioni corporali - frustate con la cintura, sberle - senza scrupolo alcuno. Il padre di Jamie aveva allora giurato che non avrebbe mai picchiato così il suo di figlio. Jamie aveva praticato diversi tipi di sport, ma senza grande successo. Erano finiti a giocare con una play-station, padre e figlio. E forse quello che sembra essere mancato a Jamie è un confronto non traumatico con l'insuccesso: aveva subito insulti, derisioni e sconfitte e, a quanto sappiamo, non aveva trovato un modo né per rielaborare tra sé ma neppure per vendicarsi dei torti subiti, esprimendo una giusta dose di aggressività. Jamie è un ragazzino di tredici anni, particolarmente magro, apparentemente inoffensivo, ma con una buona dose di rabbia addosso da scaricare, come si vede nel corso della serie. Il padre all'inizio non ha dubbi sull'innocenza del figlio dopo il suo brutale arresto all'inizio della storia; non immagina neppure lontanamente che possa aver commesso un omicidio.
Dobbiamo tuttavia allargare la prospettiva e riflettere in termini educativi in un senso più generale. Oggi uno dei problemi più segnalati da scuole e famiglie sembra essere una crescente difficoltà nel fare rispettare adeguatamente normali regole di convivenza. La famiglia nelle sue diverse declinazioni (unipersonale, monogenitoriale, tradizionale, ricomposta, ecc.) discute con i figli, ma spesso lo stile educativo è impostato su di un permissivismo disorientato, ma anche disorientante, timoroso proprio di un serio e continuativo confronto tra genitori e figli. E questo, nonostante la psicologia dell'età evolutiva e dell'adolescenza classica e recente si sia spesa, negli ultimi venti-trenta anni a legittimare se non a suggerire la necessità di un'adeguata limitazione alle sempre maggiori pretese giovanili. I no che aiutano a crescere di A. Phillips (2) è una delle pubblicazioni più esplicite in questo senso: viene espresso chiaramente il valore di un divieto, opportunamente giustificato, inteso come limite, anche ragionevolmente frustrante, proprio per aiutare lo sviluppo di ogni bambino o adolescente. Le difficoltà possono stimolare soluzioni creative, come anche la noia stessa: i soggetti più o meno giovani imparano a misurarsi con diversi tipi di problem solving rispetto ai loro rapporti amicali, ma anche in relazione al come poter realizzare, o meno, desideri personali, per fare solo alcuni esempi. Sul versante scolastico a sintetizzare il drastico cambiamento tra il modello scolastico precedente e quello successivo alla rivoluzione culturale del 1968, per arrivare ai giorni nostri, ci hanno pensato alcuni vignettisti che illustrano, con sintetica ironia, il passaggio mostrandoci in una vignetta genitori che sgridavano, anche eccessivamente, i figli per una nota disciplinare, un voto negativo o un compito non svolto, e nella immagine successiva, invece, genitori dei giorni nostri che si lamentano in modo altrettanto aggressivo, non con il proprio figlio ma, questa volta, con il docente che ha osato mettere una nota o un voto modesto al loro studente-figlio, con possibile minaccia di ripercussioni anche legali. Un'intervista di Anselmo Penna al noto psicoterapeuta Crepet, esperto di adolescenti, sul sito di "Orizzonte scuola" (21/4/25, www.orizzontescuola.it), focalizza alcuni punti importanti:
"Io vorrei sapere come si fa a essere bocciati in questo Paese", ha dichiarato provocatoriamente Crepet. "Perché è difficile, e se non studi non è vero, perché anche quelli che non studiano nel 99,5% dei casi sono promossi lo stesso".
Secondo Crepet, quella che a prima vista può sembrare una buona notizia, in realtà riflette una deresponsabilizzazione generale: una scuola che non valuta davvero, non orienta, e non prepara alla vita. (...) Il punto, sottolinea Crepet, non è solo la promozione automatica, ma ciò che accade dopo. (...) Per il professore, il diploma ha perso il suo valore simbolico e sostanziale, diventando una formalità, qualcosa da incorniciare in camera da letto, ma privo di reale corrispondenza con le competenze acquisite.
Crepet denuncia da tempo una scuola che ha paura del giudizio, del conflitto, della bocciatura. Una scuola che, per evitare tensioni con le famiglie o con gli studenti stessi, preferisce appiattire tutto sul successo garantito. Ma è proprio questo, secondo lui, a generare frustrazione.
"La frustrazione crea violenza, la violenza è sempre produzione di frustrazione", ricorda Crepet. E qui il discorso si allarga: giovani che non trovano un senso nel percorso scolastico, che ricevono tutto senza impegno, rischiano di entrare in una spirale pericolosa. In altre occasioni, Crepet ha collegato la mancanza di sfide educative e il livellamento verso il basso con il crescente senso di vuoto che molti adolescenti vivono: "Un ragazzo a cui non è stato mai detto di no, un ragazzo che non ha mai dovuto sudarsi niente, è un ragazzo infelice", ha dichiarato in più interviste. E aggiunge: "L'assenza di frustrazione non genera felicità, ma noia. E la noia, nei più fragili, diventa aggressività". (...)
Secondo Crepet, il problema non è solo dei ragazzi, ma dell'intero mondo adulto, che ha smesso di assumere un ruolo educativo chiaro. La scuola evita di bocciare, le famiglie proteggono i figli a ogni costo, le istituzioni trascurano l'investimento formativo. Il risultato è una generazione che, pur ottenendo titoli e promozioni, si sente smarrita, fragile, senza direzione.
Per lui, serve un ritorno a una scuola esigente, coraggiosa, capace di valutare, che non abbia paura di dire la verità agli studenti: "Non tutti possono fare tutto. Non è un'ingiustizia, è la realtà. E la scuola dovrebbe essere il primo luogo dove imparare a riconoscere i propri limiti, i propri talenti, i propri errori".
L'analisi di Crepet non è solo una critica al sistema scolastico, ma un invito a ripensare il ruolo della scuola come istituzione educativa e sociale. Una scuola che boccia quando serve, che premia chi si impegna, che non ha paura di generare piccole frustrazioni, perché sa che da esse può nascere una personalità più forte, più consapevole, più capace di affrontare le sfide del mondo reale. "Se continuiamo a proteggere i ragazzi da tutto, li condanniamo a non diventare mai adulti", conclude Crepet. E forse, anche ad alimentare quella spirale di rabbia e violenza che, oggi, non riusciamo più a comprendere.
Possiamo dire che non si è ancora trovata una mediazione adeguata tra stile permissivo che lasci spazio a critiche e alla creatività ed uno stile autorevole che sappia porre adeguati limiti a comportamenti scorretti o competenze non acquisite. E questo equilibrio non raggiunto genera un'atmosfera di caos, descritta anche nel secondo episodio della miniserie, dove il poliziotto a capo delle indagini su Jamie prova a cercare informazioni sul pugnale usato per uccidere andando di persona a scuola. Qui trova docenti che faticano a mantenere una minima disciplina, che si affidano alla visione di film per svolgere passivamente una lezione o mantenere semplicemente una calma apparente. Ma soprattutto assistiamo ad aggressioni tra studenti agite in maniera disinvolta, come fosse una modalità sottilmente data per scontata per risolvere conflitti, compiere vendette personali o abituali atti di bullismo. A questa mancanza di controllo gli studenti stessi sembrano rispondere proprio esasperando i loro conflitti così da ottenere, forse, una reazione tempestiva, forte ed autorevole, da parte del personale scolastico in generale, per ristabilire un ordine che possa contenere quegli impulsi e quell'ansia che sembrano così ingestibili da parte dei giovani che li agiscono. Uno studente che teme l'interrogatorio arriva a scappare fino a farsi inseguire ed arrestare, risultando l'amico che ha fornito a Jamie l'"arma del delitto". Lo stesso studente era stato aggredito dalla migliore amica della ragazza assassinata in quanto ritenuto uno dei colpevoli.
Il tema della giusta frustrazione a scuola, come nella vita familiare, risulta quindi ancora irrisolto, ma importante ed urgente, come notava Crepet. Nel mio lavoro di docente mi confronto spesso con questo punto: un voto inferiore alle aspettative dello studente, così come un richiamo o una nota disciplinare suscitano spesso aggressività verbale e talvolta fisica. Tuttavia, pur cercando sempre di giustificare adeguatamente voti negativi e note, non rinuncio a creare una moderata dose di frustrazione nello studente. Credo sia un momento di apprendimento fondamentale della gestione di emozioni negative, come ansia, rabbia, imbarazzo, invidia, paura delle conseguenze di un comportamento, in termini familiari e scolastici, o di un andamento scolastico particolarmente negativo. Anche il cinema di animazione più recente ci ha aiutato a conoscere, attraverso i due film Inside out 1 e 2 (3), la gestione delle emozioni, soprattutto di quelle negative. E forse è per questo che i due film hanno avuto un notevole successo di un pubblico composto da figli ma anche da genitori...
Certamente dobbiamo anche considerare un cambiamento forse epocale di personalità che è ancora in atto. Le nuove generazioni, i cosiddetti nativi digitali, sembrano possedere una notevole abilità nella gestione multitaking di problemi quotidiani, ma una altrettanto significativa difficoltà, invece, nell'elaborazione approfondita di uno stimolo. Nei termini di Manca:
Oggi gli adolescenti non imparano quasi più attraverso un processo di apprendimento basato sul ragionamento e sulla comprensione, ma piuttosto da un processo incentrato sulla condivisione e sulla riproduzione. In questo modo si rischia di osservare ragazzi che si districano egregiamente nel mondo digitale e virtuale, in grado di elaborare più input contemporaneamente poco efficaci nel mondo reale, soprattutto perché manifestano evidenti difficoltà nell'organizzarsi sia nel tempo che nello spazio. Non hanno un approccio risolutivo nelle strategie di problem solving nonostante siano perfettamente in grado di cercare l'app giusta che possa farlo al posto loro, fungendo da memoria esterna e da rassicurazione in modo da non assumersi direttamente la responsabilità. Il massiccio uso che si fa della comunicazione multimediale e il linguaggio sintetico utilizzato dalla e-generation, che comunica appunto attraverso hastag, emoticons e selfie, rischiano di modificare le funzioni cognitive ed emotive degli adolescenti, che sono ancora in via di sviluppo, predisponendoli alla strutturazione di una forma di pensiero che può risultare eccessivamente sintetica. La creatività, intesa come capacità di rendere concreta un'idea, in questo modo è azzerata. Si sta affievolendosi sempre più anche la capacità di pensare e realizzare. Si è arrivati ad avere un'immediatezza nell'esecuzione e non dell'elaborazione. È vero che i ragazzi devono imparare ad utilizzare le applicazioni, ma una volta appreso il funzionamento, cosa che avviene ormai molto rapidamente in cervelli predisposti alla tecnologia, si tende a farlo sempre più rapidamente, senza più pensare e quindi ad attivare il cervello. (4)
La capacità di elaborare sembra essere quella che viene meno, proprio perché scarsamente valorizzata rispetto all'apprendere, invece, più argomenti contemporaneamente o alla gestione, in contemporanea, di sempre più stimoli di ogni tipo. La scuola - e spesso anche numerose famiglie - sono fin troppo propositive in relazione ad attività inerenti al curriculum scolastico ma anche al tempo libero: come se scuola e famiglie volessero trasmettere il comune messaggio educativo - ma anche esistenziale - che "fare rapidamente di tutto di più è sempre l'opzione migliore".
Nel mio insegnare psicologia il concetto di elaborazione e rielaborazione è spesso centrale nei suoi diversi significati. Rielaborare un trauma, un lutto, ma anche un voto indesiderato o la rottura di una relazione amicale o sentimentale importante è un compito su cui gli studenti sono invitati a "lavorare", prendendo spunto dalle teorie sui manuali proposti, ma anche dalla propria vita personale o da quello che accade in classe, in termini di rapporti umani vari, più o meno conflittuali, tra studenti e docenti. E il punto centrale è proprio quello di fermarsi - smettere di cercare nuovi stimoli - e provare a rivedere e reinterpretare quello che è successo: che cosa è accaduto e come ho risposto ad una domanda di un compagno o un docente? Come ho trattato o sono stato trattato da un compagno, ma anche da un docente o da un familiare? come ho reagito, in generale, ad un lutto o ad un trauma o ad una malattia personale o di un parente stretto? Queste tematiche sono anche quelle talvolta specifiche in un lavoro psicoterapeutico. Tutta la psicologia stessa, declinata nelle sue principali correnti, dall'approccio cognitivo-comportamentale a quello sistemico-relazionale fino a quello psicoanalitico, può essere intesa come la formulazione di modalità differenti di elaborare o rielaborare uno stimolo, un'emozione, un problema, un desiderio di autorealizzazione, una relazione importante o un dilemma etico, per fare solo alcuni esempi. Rielaborare significa lavorare di nuovo "sopra qualcosa", faticare in un senso globalmente psico-fisico, per gestire una naturale incertezza rispetto a come agire e risolvere un problema o un momento critico, consapevoli della necessità di valutare diverse opzioni di azione, senza agire affrettatamente. Il giovane protagonista di Adolescence nell'incontro con la psicologa sembra raccontarci proprio questa difficoltà: comprendere ed elaborare correttamente quello che ha provato nei confronti della sua vittima, ma anche prendere piena consapevolezza di averla uccisa e di cosa significa la morte stessa, come fa notare la psicologa con alcune sue domande specifiche. Jamie si trova innanzitutto di fronte all'incapacità di rielaborare quanto accaduto e quanto accade anche in quel momento: è costretto tuttavia a "fermarsi" su quello che è, e che ha commesso, grazie al centro detentivo dal quale chiede rabbiosamente di uscire.
Torniamo ancora al padre che si scusa con il figlio in galera, parlando ad un pupazzetto che mette nel letto del figlio assente. Adolescence racconta pure il fatto che anche i genitori appaiono talvolta scarsamente capaci di elaborare quello che accade ai figli "nativi digitali", differenti nelle modalità di apprendimento ma anche di relazione con il mondo, come accennato; sono forse messi in difficoltà proprio dal non riuscire a trasmettere con il loro comportamento la capacità di elaborazione necessaria, quella caratteristica delle generazioni meno giovani, per comprendere e vivere il presente. In una intervista lo psichiatra e psicoanalista Goisis sostiene infatti che i genitori della serie appaiono distratti, sorpresi da quanto accade ai figli, non assumono realmente delle responsabilità evitando conflitti. Nelle sue parole, i genitori e gli adulti in generale:
in fondo si comportano in modo simile agli adolescenti: di fronte ad un problema, come fosse un trauma, restano immobili e ammutoliti, non capiscono fino in fondo cosa sta succedendo e sono privi degli strumenti per instaurare una comunicazione efficace tra le generazioni. (...) Se rimanessimo tutti in silenzio, in un silenzio "attivo", fatto di ascolto reale e profondo, forse capiremmo qualcosa di più dei nostri ragazzi, invece di riempire la loro testa di parole. (...) Nella serie è emblematica la frase che pronuncia il padre di Jamie, tra singhiozzi e lacrime: "Mi dispiace figliolo, avrei dovuto fare di meglio". Sono parole disperate che vanno lette non tanto come un'assunzione di colpa, ma piuttosto di responsabilità, a riprova del ruolo difficilissimo e delicatissimo di educare che Freud considerava tra i mestieri più difficili del mondo. (...) Serve un cambio radicale. Finché ci illudiamo di capire i giovani usando i nostri parametri, e questo vale per i genitori, per gli psicologi, per gli insegnanti, gli educatori, non andremo da nessuna parte. (5)
Il figlio del poliziotto che indaga è categorico con suo padre, nel dirgli che se vuole capire qualcosa di ciò che è successo deve "entrare nel linguaggio dei giovani", quello degli emoticons vari, spesso sottovalutati. Si tratta, conclude lo stesso Goisis, di reggere un salto comunicativo generazionale differente dal passato, che è avvenuto rapidamente e drasticamente.
Secondo Manca:
Non è quindi colpa della rete e dei social network se tanti, troppi adolescenti della generazione hastag ne fanno un uso distorto e improprio. Oggi la sproporzionata diffusione che possono raggiungere post, immagini e video, denuncia questo tipo di attività online e mette l'accento sulla devianza tecnologica e sui comportamenti distorti tecno-mediati. Ovviamente, ciò che gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo di queste condotte, è l'educazione, che deve partire in primis dalla famiglia. Un ragazzo non fa altro che riproporre ciò che lui è attraverso uno smartphone, non è quell'oggetto che lo fa diventare un deviante. I genitori sono ancora poco informati e preparati sulla tecnologia e i suoi effetti, e non sono sempre in grado di seguire i figli nelle loro peripezie in rete e nei loro percorsi social. Spesse volte gli iper-connessi sono gli stessi adulti, dando un attivo esempio nell'uso inappropriato dello smartphone, a cui si agganciano i figli per legittimare i loro comportamenti. Anche le scuole sono poco preparate a questa invasione della tecnologia, ci sono professori tuttora ancorati a metodi di insegnamento classici e altri troppo tecnologici che creano solo un gap e una confusione importante nella testa dei ragazzi. La scuola deve saper usare la tecnologia, sfruttando al massimo le sue potenzialità: c'è una maggiore felicità nel reperire le informazioni, diventa tutto più veloce, si possono fare più cose contemporaneamente e ci sono programmi molto interessanti che sviluppano determinate abilità mentali. Tuttavia non bisogna mai perdere di vista l'importanza dei rapporti umani e la capacità di parlare e di comunicare con il prossimo, anche senza uno smartphone in mano. (6)
In sostanza Adolescence pone quindi una domanda di rinnovamento a giovani e genitori ed educatori. Un cambiamento epocale sta avvenendo e si tratta di provare ad elaborarlo insieme, anche se con modalità differenti. Adulti e adolescenti si dovranno confrontare sempre di più con la tecnologia. Si tratta di sfruttarla cercando di esserne il meno possibile modificati, restando umani, riuscendo cioè a comunicare emozioni, aspirazioni e difficoltà anche senza il mezzo tecnologico, fermandosi ad ascoltarsi reciprocamente nei momenti più difficili ma anche trasformativi.
Incel o Celibe involontario, sembra questo il motivo con cui Jamie veniva bullizzato da Katie. Lei gli aveva detto che non era interessata ad avere un rapporto che andasse oltre la semplice conoscenza scolastica reciproca con lui, non era disponibile ad un coinvolgimento sentimentale e sessuale. Jamie ha il terrore di rintracciare in questo rifiuto una conferma nel suo timore più grande: essere considerato - e vedersi lui stesso - così brutto e sgradevole da rimanere per sempre un eterno single, uno scapolo tutt'altro che gaudente rispetto alla sua libertà di avere avventure anche con diverse donne, ma terrorizzato di restare, piuttosto, vergine dal punto di vista sessuale e sentimentale. La setta di cui parla il figlio del poliziotto - che indaga ed arresta i due giovani per l'omicidio di Katie - racconta sinteticamente di questa organizzazione che sostiene che il 20% degli uomini attrae l'80% delle donne. Per avere un rapporto con una donna bisogna quindi ingannarla, in quanto il compito di conquista sentimentale tradizionale risulta troppo difficile e la probabilità di una astinenza sessuale involontaria a tempo indeterminato è molto alta. Più in generale incel, è infatti un'abbreviazione dell'espressione inglese involuntary celibates ("casti non per scelta"), utilizzata per definire uomini eterosessuali che non hanno rapporti sessuali perché si sentono discriminati e rifiutati dalle donne, le quali vengono quindi incolpate di privare i maschi di quello che reputano un loro diritto: avere con le donne scelte un rapporto (almeno) sessuale. In senso più ampio, incel indica quindi una sottocultura estremamente maschilista e misogina, largamente diffusa e promossa sui social, a cui si rifanno quegli uomini, più o meno giovani, che sono o si percepiscono significativamente frustrati sentimentalmente e sessualmente.
Nel secondo episodio emerge che Jamie veniva appunto bullizzato attraverso la minaccia di essere un "incel". Questo è il punto da cui partire per approfondire il rapporto uomo-donna, allargando la prospettiva. Ogni essere umano rimane fisiologicamente dipendente dalla propria madre per almeno 7/9 mesi prima di nascere. Successivamente ognuno di noi resta significativamente dipendente da una figura genitoriale, non necessariamente una donna, ma nella maggioranza dei casi si tratta di una figura materna femminile; non sempre corrisponde alla madre biologica, ma può essere una madre adottiva. Questa figura materna si prende cura di noi e da lei restiamo per un tempo mediamente lungo - è una caratteristica del genere umano - emotivamente e fisicamente dipendenti, in termini di richiesta di cure (cibo, protezione, cura personale, medica) e anche di affetto. Gli esperimenti di Spitz e tutta la psicologia dell'età evolutiva, con i testi di Piaget, Erikson e Bettelheim, per citare solo alcuni autori classici, ci mostrano quanto abbiamo bisogno di questa figura genitoriale che ci curi e ci educhi, soddisfacendo non solo bisogni fisiologici ma anche affettivi, finché non siamo in grado di vivere autonomamente, in modo "sufficientemente buono", nell'ambiente socio-culturale in cui ci è capitato nascere e/o vivere. (7)
Ogni donna sa che un giorno, se lo desidera e se trova le condizioni per lei più adatte, si trasformerà a sua volta in una figura materna femminile simile a quella da cui è così a lungo dipesa. Farà nascere una vita, la gestirà da sola prima del parto e, probabilmente, anche in un'epoca di crescente parità dei diritti e doveri tra i sessi, si occuperà lei principalmente del figlio che ha scelto consapevolmente di mettere al mondo. Potrà quindi diventare lei una figura del tutto simile nelle funzioni psicologiche e biologiche a quella madre da cui dipendeva così tanto. Il maschio, invece, potrà solo in parte essere "creatore": certamente dà il suo contributo attraverso l'atto sessuale/genetico e, se accetta la responsabilità genitoriale, sostenendo affettivamente in ogni modo la famiglia o anche solo il figlio che ha generato, ma non "crea" in un senso così completo come avviene per una donna, avvertendo nascere e crescere dentro di sé suo figlio o figlia. Non partecipa visceralmente quanto una donna al mistero ed alla gestione dell’'inizio di una vita. In definitiva il maschio non diventerà comunque totalmente uguale, in termini di procreazione, alla figura materna da cui è così significativamente dipeso. Forse è questo senso di inferiorità, di possibilità generativa "non completa" - nel senso appena spiegato - a produrre nel maschio un senso, scarsamente consapevole ma vivo, di inferiorità, paura, ansia di abbandono, ma soprattutto di rabbia nei confronti della donna in generale.
Se Freud ipotizzava una discutibilissima "invidia del pene", forse si devono riscoprire quei contributi che evidenziano, piuttosto, un senso di inferiorità specifico del maschio, proprio nei confronti della capacità generativa femminile. Wolfgang Lederer, uno psicoanalista e psichiatra statunitense ha evidenziato, già nel 1968, alcuni aspetti importanti, per il nostro discorso, in un suo testo intitolato proprio The Fear Women con un sottotitolo esplicito: Un'indagine nell'enigma della donna e del perché gli uomini attraverso le epoche l'hanno amata ed odiata allo stesso tempo. Dopo essersi confrontato con la psicoanalisi e con mitologie, religioni e con i comportamenti tra i sessi in quasi ogni cultura ed epoca, e certamente con il suo lavoro di psichiatra e analista, nella parte conclusiva del suo saggio, ci ricorda alcuni punti che confermano una paura antichissima maschile nei confronti del femminile:
Abbiamo dimenticato, o cerchiamo continuamente di dimenticare, quanto siamo dipendenti dalle funzioni biologiche femminili, dal suo ciclo mestruale e dal suo metter al mondo figli. (...) Cerchiamo di negare la minaccia femminile alla nostra mascolinità, sminuiamo la potenza sessuale femminile e deridiamo, ma con un certo disagio, la forza di combattere delle donne. (...) Sminuiamo la potenza femminile, per ridurne la sua importanza, quando in realtà cerchiamo di dimenticarci di quanto abbiamo bisogno di lei. Dal momento che la donna è il "cantiere navale" in cui noi veniamo costruiti, il porto che rappresenta la nostra "base sicura", la nostra forza e il territorio che sentiamo di dover difendere. Lei è la terra dove troviamo salvezza dalla tristezza più indicibile e dalla solitudine di ghiaccio della mente. (...) Se non abbiamo paura delle donne, allora perché siamo così attaccati a oggetti sentimentali sostitutivi come nella pedofilia e, soprattutto, perché noi maschi ci sentiamo potenti solo attraverso lo stupro, la violenza fisica e psicologica contro le nostre compagne o attraverso la frequentazione di donne che in un qualche modo sembrano inferiori a noi? Noi uomini dobbiamo assolutamente ammettere ed affrontare la nostra paura nei confronti delle donne e, come psicoterapeuti, dobbiamo portare i nostri pazienti a fare lo stesso rispetto a questa paura, come hanno fatto gli eroi delle favole. (...) Dobbiamo, riprendendo i termini mitologici, distruggere i "denti nella vagina" per poter amare potentemente e teneramente una donna; dobbiamo sconfiggere l'amazzone (in una donna), con l'obiettivo di proteggerla; dobbiamo bere e trarre ispirazione dal nero pozzo che la donna rappresenta, evitando di annegare in esso. (...) In pedagogia o in psicoterapia possiamo trasmettere solo quello che noi sappiamo e siamo. Quindi non resta che prendere coscienza di questa paura all'interno di noi ed elaborarla, diventando confessori di noi stessi, ammettendo senza vergogna, ma neppure provare a divagare, la paura delle donne in ogni animo maschile. Solo così potremmo se non eliminarla, almeno controllarla, ammettendola con franchezza. (8)
Anche alcuni classici della psicologia analitica ci indicano un materno/femminile come base fondamentale psico-fisica degli esseri umani. Secondo Neumann:
Definiamo carattere elementare l'aspetto del femminile che tende, in quanto "Grande Cerchio", grande contenente, a mantenere fermo ciò che da esso sorge e a circondarlo come una sostanza eterna. Tutto ciò che nasce dal femminile appartiene ad esso, ne rimane sottoposto, e, anche quando l'individuo diviene autonomo, l'archetipo del femminile relativizza tale autonomia, rendendola una variante secondaria della sua essenza eterna. Bachofen ha descritto in modo impareggiabile il carattere elementare che contraddistingue il matriarcato, le sue scoperte posseggono, se intese in chiave psicologica e non sociologica, un valore permanente. Il carattere elementare del femminile diviene evidente in tutti i casi in cui l'Io e la coscienza sono ancora piccoli, non ancora sviluppati e l'inconscio predomina. Perciò il carattere elementare ha quasi sempre una determinazione materna. Di fronte ad esso l'Io, la coscienza, l'individuo, indipendentemente che siano maschili o femminili, sono infantili, privi di autonomia, dipendenti. In quanto funzione, il carattere elementare è contrassegnato dal contenere. Esso si estrinseca, inoltre, in senso positivo, nell'offrire protezione, nel nutrire, nel riscaldare, in senso negativo attraverso il rifiuto e la privazione. (...) Nutrire, proteggere, riscaldare e mantenere al sicuro sono le funzioni in cui il carattere elementare del femminile esercita un influsso nei confronti del bambino; anche in questo caso, quindi, la relazione è la premessa della propria trasformazione. (...) La relazione della madre col bambino e il comportamento del gruppo femminile sono il fondamento della vita sociale e quindi della civiltà umana. Quest'ipotesi, che ha salde basi, trae ulteriore convalida dalla constatazione dei biologi per cui la specie umana è l'unica in cui il lattante, nel primo anno di vita, va considerato come un "embrione all'interno dell'utero materno". Questa circostanza aumenta l'importanza della madre per il bambino e rafforza la loro relazione e la dipendenza embrionale del bambino diviene una base per la cura materna inconscia e cosciente. (9)
Le parole di Neumann credo confermino l'elemento femminile come base elementare dell'essere umano e anche la strettissima dipendenza psicofisica che si crea da parte del bambino nei confronti della figura materna.
Lederer conclude comunque con l'idea che maschile e femminile debbano cooperare attraverso lo sviluppo più ampio possibile della unicità e specificità che caratterizza ognuno dei sessi: non si tratta di creare "quote rosa" o idealizzare il femminile per compensarne la precedente secolare denigrazione e svalutazione, ma ammettere questa paura atavica, ancora in parte inconsapevole, dei maschi nei confronti del femminile. E condividendo il suo discorso aggiungo, sarebbe auspicabile abbandonare, se mai sarà possibile, l'idea, falsa di per sé e poco utile in generale, di un sesso debole, sottomesso perché inferiore e di un sesso forte, dominante perché superiore.
Nel corso della storia il maschio ha cercato in diversi modi di difendersi dal femminile, denigrando le donne in generale in modi diversi, attraverso le diverse declinazioni della società patriarcale presente in tante culture, dove era il maschio più anziano a detenere un potere decisionale su ogni questione familiare. Un recente film di successo, C'è ancora domani (10) ha ricordato anche ai nativi digitali, come veniva considerata la donna fino alla prima metà del '900 (non solo) in Italia. La vita coniugale era ancora prepotentemente patriarcale e la violenza fisica, verbale e sessuale era considerata normale nell'atteggiamento del marito verso sua moglie, in quanto considerata fisiologicamente inferiore. Infatti, se solo il 2 giugno 1946 alle donne è stato concesso il diritto di voto, significa che fino a quel momento le donne erano ritenute "non in grado", "non abili" a scegliere i governanti del paese in cui vivevano. Più recentemente lo psicoterapeuta Stefano Andreoli (11) ha offerto una brillante sintesi rispetto alla natura perturbante del femminile nell'uomo.
Come spiega Andreoli, il bisogno di difendersi dal femminile ha origini antichissime rintracciabili nella cultura e nella mitologia. La cultura greca ci parla di Pandora, prima affascinante donna mortale che, scoperchiando il mitico vaso, disperde tutti i possibili mali che possono affliggere gli uomini; il cristianesimo nella Genesi presenta Eva come fonte primaria di "errore" e "peccato" in quanto disobbedisce a Dio e induce in tentazione Adamo e causa la perdita del paradiso terrestre, assaggiando un frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. (12) . La cultura induista dei Veda considera la donna come sottomessa dalla nascita a suo padre e, una volta sposata, al marito. La "pericolosità della donna" viene successivamente ribadita nella cosiddetta caccia alle streghe e codificata anche nel Malleus maleficiarum, un trattato del 1487 ad opera di E. Kramer, un frate domenicano che mira a reprimere eresia e paganesimo nelle sue diverse forme, nella Germania di quell'epoca. Verranno torturate e bruciate vive circa 50.000 donne considerate "socialmente strane", eccessivamente belle e provocanti o, semplicemente, un po' troppo anticonformiste rispetto alle regole sociali e al "buon senso" della Germania del 1400.
In epoca moderna viene ribadito quanto sostenuto già dai filosofi e padri della cultura occidentale come Aristotele o San Agostino: la donna è un uomo imperfetto, in quanto costituzionalmente più emotivo che razionale, quindi "inferiore", colpevole di aver creato lo stesso "peccaminoso" desiderio sessuale. La donna, ci ricorda S. De Beauvoir o S. Freud (13), è un "oggetto" per la soddisfazione del desiderio maschile, proiezione di aspettative positive nel ruolo di moglie, oggetto sessuale, madre o madonna o negative, in qualità di strega o madre abbandonica o non soddisfacente.Mead (14) e l'antropologia contemporanea ci confermano una diffusione del patriarcato quasi in tutte le culture: la donna è considerata pericolosa in quanto dotata, come le "streghe tedesche", di poteri magici e di comunicare con gli spiriti. Il ciclo mestruale è impuro proprio perché può danneggiare il maschio e diventa motivo di isolamento temporaneo; se la donna risulta sterile, perde il suo status sociale e la colpa è sempre sua. Tuttavia è la soprattutto sessualità ad essere temuta. Per questo, secondo Sherfey (15) la civiltà stessa nasce solo quando si inizia a reprimere la pulsione sessuale della donna. La sessualità femminile è infatti vissuta e giudicata eccessivamente coinvolgente e sfrenata al punto che deve essere repressa e controllata in una comunità sociale con un equilibrio stabile. E arriviamo ad un punto importante per il nostro discorso: la Horney (16) ci parla di invidia dell'utero come specifica invidia non solo dei genitali femminili, ma - specificatamente - per la capacità femminile di generare esseri umani. L'uomo, secondo le teorie freudiane, sublima creando il mondo della cultura e del pensiero. Ma se lo sviluppo ontogenetico del bambino è il prodotto sedimentato dello sviluppo filogenetico dell'essere umano, allora, secondo Zilboorg (17), l'invidia maschile, sotto forma di intensa ostilità, potrebbe farci realmente ipotizzare l'esistenza di una società matriarcale, dove il controllo della parentela e il potere in generale erano delle donne, come teorizzato da Bachofen (18). L'istituzione del patriarcato e di una famiglia "fallocentrica", può essere allora vista come una reazione, una rivolta del maschile a questa "sottomissione" iniziale. Sempre Mead ci suggerisce che in risposta a questo senso di inferiorità biologica, il maschio abbia iniziato a voler controllare la prole, occupandosi personalmente dell'educazione dei figli maschi, valorizzando in eccesso, in generale, forza, prestanza fisica, razionalità e autonomia, come caratteristiche maschili compensatorie rispetto al genere femminile. Un passo immediatamente successivo è stato quello di proibire alle donne di svolgere determinate attività. La donna, inoltre, è diventata strumento di scambio tra gruppi tribali e famiglie, per creare legami di parentela ed in questo modo il patriarcato ha strumentalizzato le funzioni riproduttrici femminili stesse, diventandone un padrone che, appunto, le scambia e commercia per i suoi scopi. Secondo Lévi-Strauss (19) infatti, uno dei pilastri della formazione della famiglia e della società, oltre alla proibizione dell'incesto e all'instaurazione di forme di unioni sessuali riconosciute, è rappresentato dalla ripartizione sessuale dei compiti, tale per cui tutto ciò che comporta disordine, contaminazioni nella regolamentazione sociale dei generi viene reputato nocivo per l'individuo e per la collettività.
Secondo la psicoanalisi classica e la psicologia analitica femminilità e mascolinità sono aspetti complementari nella vita psichica, ipotizzata sempre bisessuale in entrambi i sessi. (20) Il maschio, nel suo sviluppo psicosessuale, dovrà inizialmente investire, in termini libidici, principalmente il proprio pene, temendo e svalutando l'organo femminile, interpretato come effetto di una castrazione, nell'ottica freudiana (21): l'obiettivo del giovane maschio è quello di non identificarsi più con il corpo di sua madre: se un individuo incontra difficoltà ed ostacoli in questa fase, la principale paura sarà proprio quella di temere un riassorbimento, una nuova identificazione proprio col femminile da cui ci si deve separare per diventare maschi. Secondo Andreoli è proprio da questo tipo di problema che arriviamo al tema dei femminicidi. Questa problematica infatti
si può osservare in tutta la sua intensità in quelle forme di odio erotizzato che rivelano il desiderio di umiliare, degradare e distruggere il femminile , come nel caso delle cosiddette perversioni sessuali. Il perverso, sentendo continuamente minacciata la propria identità di genere, agisce difensivamente un'aggressività del tutto particolare, la vendetta, per rovesciare l'impotenza del trauma subito nell'infanzia (il rischio d'incorporazione da parte della madre e quindi la possibilità psicotica di non esistere, in una forma di successo trionfale maniacale che trasforma la donna in un feticcio da violare, dominare, denigrare.
In forme meno gravi ma pur sempre marginali, dove continuano ad esistere vistose lacune nel Sé come nelle personalità narcisistiche, il femminile minaccia l'uomo soprattutto ricordandogli la propria inferiorità e il bisogno inaccettabile di dipendenza. (...) La minaccia alla propria virilità è massima durante l'atto sessuale, nel momento in cui l'uomo ha il timore di non riuscire a soddisfare la donna così come il bambino durante la fase edipica fa esperienza della propria inferiorità nel potere soddisfare la madre desiderata (in assenza di una netta interdizione paterna nella sua funzione normativa ed identificatoria). (...) La donna è sempre in grado di mettere in ridicolo l'uomo insicuro della propria virilità, in quanto durante l'atto sessuale gli viene chiesto di dimostrarla a cominciare dal mantenimento dell'erezione. (22)
La stessa figura letteraria del Don Giovanni, viene spesso utilizzata psicoanaliticamente proprio perché mostra il meccanismo psicologico inconscio sottostante al comportamento seduttivo di ogni conquistatore seriale e compulsivo di donne: un bambino sedotto e poi abbandonato dalla propria madre che, una volta adulto, cerca di rovesciare attivamente l'esperienza frustrante subita, diventando - questa volta lui - un soggetto che seduce e abbandona tante donne. Tale comportamento determina una coazione a ripetere che rivela la rabbia infantile verso una madre irraggiungibile e potente che ha prodotto, prima nel bambino e dopo nell'adulto cresciuto, un senso di vulnerabilità e il terrore di sentirsi incapace, impotente e deriso.
Nei casi di nevrosi con aspetti edipici non risolti, si hanno uomini che nella vita adulta cercano un partner ideale identico alla propria madre. Facilmente il fallimento in questa ricerca può portare a conservare idealmente il proprio oggetto materno originario come ideale irraggiungibile e a disprezzare e svalutare, difensivamente, il genere femminile. Il nevrotico con il problema in questione, inoltre, lotta costantemente contro la propria femminilità, in quanto la considera equivalente alla passività, quindi è terrorizzato al pensiero di essere omosessuale, che per lui equivale ad una evirazione, cioè la perdita, in senso letterale, della propria mascolinità.
Un altro aspetto evocato dal femminile è proprio il grembo materno e la vita prima della nascita: un originario stato relazionale infantile, mai più ripristinabile nella vita adulta in quanto molto simile alla comune concezione del cosiddetto paradiso terrestre perduto, dove ogni desiderio viene gratificato e il bambino può sentirsi onnipotente in un ambiente privo di conflitti e tensioni. Ecco che proprio per questi motivi il materno/femminile, sostiene Roheim (23), può essere paragonato alla morte, dato che la vita intrauterina è accostata ad un senso di "pace eterna". Allora il contatto relazionale intimo, come un rapporto sessuale particolarmente coinvolgente, può fare paura proprio perché un maschio può sentirsi riassorbito in balia di una Grande Madre, come viene rappresentato nel film Enemy (24) , dove un'enorme tarantola, che simboleggia l'archetipo della Grande Madre, onnipotente, controllante e divorante, fa si che le sue prede, degli uomini, finiscano nella sua tela mortale. In definitiva, secondo Andreoli
Il pericolo di tornare all'unione indifferenziata con la madre, nelle forme psicopatologiche, viene scampato attraverso la distruttività (e la violenza ne è l'immediata espressione), al fine di ristabilire la sicurezza e l'onnipotenza narcisistica perduta che nega ogni dipendenza dalla madre. In generale il rifiuto della femminilità confessa sempre una forte nostalgia alla fusione con la madre e una fuga dalle identificazioni con lei.
Solo quando l'uomo sarà riuscito ad accogliere e integrare pienamente la femminilità nella propria vita psichica, accettando quindi l'esistenza inevitabile della mancanza, del limite e dell'imperfezione che apre la strada al desiderio e alla creatività (H. Segal, 1955), allora sarà in grado di relazionarsi alla donna come soggetto senza la necessità difensiva di dominarla o di svalutarla, affinché entrambi i sessi possano collaborare su un piano di parità, e vivere il desiderio reciproco in modo interdipendente e intersoggettivo, invece che concorrere in una futile lotta tra forze dicotomiche e complementari che si sussegue implacabilmente da generazioni. (25)
Il contributo di Andreoli credo sia importante proprio per confermare, soprattutto, le molteplici declinazioni, passate e presenti della 1) paura maschile e della fortissima dipendenza dal femminile e 2) del più o meno consapevole desiderio di rivalsa che i maschi in generale e quelli più problematici in particolare sperimentano nei confronti del femminile. Il patriarcato stesso sembra configurarsi, come visto, come una reazione, non solo mitologica, ma soprattutto psicosociologica ad un matriarcato che appare tutt'ora temuto dal maschile; in altri termini, se il genere maschile ha voluto e dovuto sostenere per secoli l'inferiorità del genere femminile, forse sono i maschi a non aver risolto un loro specifico complesso di inferiorità. Concludo volentieri questa parte citando, a questo proposito, un altro classico contributo dell'antropologia contemporanea che aiuta a sintetizzare. Secondo la Horney:
Gli uomini non si sono mai stancati di descrivere la forte attrattiva che esercita su di loro la donna, e di esprimere da una parte il loro desiderio, e dall'altra la paura di morire e scomparire per colpa loro. Ricorderò in particolare come tale paura viene espressa nella poesia di Heine sulla leggenda di Lorelei, che siede in cima alla sponda del Reno ed irretisce il barcaiolo con la sua bellezza. Qui è, ancora una volta, l'acqua (che rappresenta come gli altri 'elementi', l'elemento primitivo 'donna') ad inghiottire l'uomo che cede all'incantesimo di una donna. Ulisse dovette ordinare ai marinai di legarlo all'albero per sfuggire ai pericolosi allettamenti delle sirene. Solo pochi riescono a risolvere l'enigma della Sfinge, e la maggior parte di quelli che ci provano perdono la via. Nelle fiabe il palazzo reale è ornato con le teste dei pretendenti che hanno avuto l'ardire di provare a risolvere gli indovinelli della bella figlia del re. La dea Kali danza sui cadaveri degli uomini uccisi. Sansone, che nessun uomo può vincere, è provato della sua forza da Dalila. Giuditta decapita Oloferne dopo essersi concessa a lui. Salomè porta la testa di Giovanni Battista su un vassoio. Si bruciano le streghe perché i sacerdoti vi vedono l'opera del demonio. Lo 'Spirito della Terra' di Wedekind distrugge tutti gli uomini che cedono al suo fascino, non perché sia particolarmente perversa, ma soltanto per la sua stessa natura. La serie di questi esempi è infinita; sempre, ovunque, l'uomo si sforza di liberarsi della paura della donna oggettivandola. Egli dice: "Non è che io abbia paura di lei; è lei ad essere malvagia, capace di qualsiasi delitto, un animale da preda, un vampiro, una strega dai desideri insaziabili. Impersona tutto ciò che vi è di funesto". (26)
Adolescence racconta anche un'aggressività circolare dalle istituzioni alle persone e viceversa. Si inizia, come accennato, con la polizia che fa brutalmente irruzione in casa per arrestare il tredicenne Jamie. "Il protocollo lo prevede", si giustifica il comandante, "dato che il minorenne è accusato di omicidio". Come spettatori ci identifichiamo per una buona parte della puntata - e comunque anche dopo - con le lamentele dei genitori e della sorella maggiore di Jamie, tutti terrorizzati e scioccati dall'intervento inutilmente aggressivo della polizia e dal "crollo" di tutto un mondo familiare che da quel momento non sarà più lo stesso. Jamie è vittima, se vogliamo, di Andrew Tate e delle video-immagini particolarmente misogine e violente circolate in rete. E lui le emula, anziché provare a parlarne con i suoi genitori: esprimerà a suo modo, uccidendo Katie, un odio trasmesso in rete dagli incel vari e da una silenzioso patriarcato ancora presente anche in Inghilterra e nei paesi occidentali, nonostante il femminismo e le sue conquiste, raggiunte con fatica, in termini di alcuni diritti acquisiti. A questo proposito L. Penny, nota scrittrice britannica sostiene criticamente che:
La serie ha avuto un grande successo e ha riacceso il dibattito pubblico sui giovani maschi e la misoginia online. Ma il dramma in sé e l'omicidio che descrive non sono l'elemento più sconvolgente di questa storia. Ciò che è sconvolgente è che qualcuno sia sconvolto. Dopotutto non c'è niente di lontanamente fantasioso nella trama. Uomini e ragazzi hanno commesso atti di terrorismo misogino anche prima di essere ipnotizzati da delle sette online. Detto questo, di recente molti ragazzi sono finiti al centro dell'attenzione per aver commesso proprio questo tipo di omicidi. Kyle Clifford, arrestato per aver ucciso tre donne con una balestra, sarebbe stato spinto da "autocommiserazione", secondo le parole del giudice. Durante il processo, alla giuria è stato detto che Clifford aveva guardato dieci video dell'influencer misogino Andrew Tate nelle 24 ore prima di stuprare e uccidere la sua ex, e ucciderne la madre e la sorella. Al protagonista di Adolescence è stato somministrato lo stesso veleno, ci dicono durante la serie. E Thorne (ideatore della serie) ha parlato in modo commovente di quanto abbia trovato la mentalità del suo personaggio fin troppo plausibile. Ciò che è implausibile è la sorpresa di opinionisti e commentatori. "La violenza compiuta da ragazzi soggiogati da ciò che vedono in rete è un problema. È ripugnante, dobbiamo assolutamente trovare una soluzione", ha dichiarato il 19 marzo Keir Starmer. Forse il primo ministro britannico vuol farci credere che c'era bisogno di una serie tv per far scoprire alla classe politica l'epidemia di violenza contro donne e ragazze. (...) Varie manifestazioni dell'androsfera si sono unite in un movimento con ambizioni politiche. Andrew Tate, convinto che le vittime di stupro dovrebbero "essere ritenute responsabili" e abituato a incitare i suoi seguaci a commettere atti di violenza sulle donne, è l'esempio più conosciuto di questa misoginia professionale. Ma ce ne sono altri. A febbraio l'amministrazione Trump sarebbe intervenuta per permettere a Tate di lasciare la Romania, dove è accusato di traffico di esseri umani e violenza sessuale. Una delle presunte vittime aveva 15 anni. Non c'è nulla di buffo in questo. Tate e i suoi imitatori non scherzano. Non l'hanno mai fatto. Non siamo di fronte ad atti casuali di violenza. I colpevoli di queste aggressioni non sono solo uomini che hanno sofferto e sono stati spinti a sviluppare fantasie nichiliste e piani di vendetta sessuali. Concentrarsi sui ragazzi vulnerabili preda di una setta misogina significa distogliere l'attenzione dagli uomini adulti che sono al centro di tutto, compresi quelli che oggi detengono il potere. Eppure continuano a chiederci di metterci nei panni degli uomini che aggrediscono le donne, di considerare che forse non hanno tutti i torti, magari non sulla violenza come soluzione, ma sul modo in cui i ragazzi sono emarginati, sulla crudeltà delle ragazze. (27)
Violenza la troviamo quindi anche nelle istituzioni stesse, che, come appena visto, possono concentrarsi a cercare di comprendere il
"carnefice" piuttosto che la vittima - come afferma, con sdegnata rabbia, anche la poliziotta che entra nella scuola per indagare - e la
troviamo negli studenti, che nella scuola non ricevono una ragionevole reazione ai loro comportamenti violenti, anche di protesta verso
quanto accaduto, come abbiamo visto. Violenza la ritroviamo in Jamie a colloquio con la psicologa, quando fatica a comprendere ciò che ha
fatto e quello che gli viene detto. Ma è molto aggressivo anche il modo in cui la psicologa si congeda da lui, concludendo il percorso senza
possibilità di replica o di sedute aggiuntive per elaborare il lutto della perdita di un rapporto, quello tra psicologa e paziente, che
necessiterebbe di tempo e un giusto preavviso. Ancora rabbia la troviamo nell'ultimo episodio dove scrivono "pedofilo" sul furgone del padre
di Jamie. Lui a sua volta reagirà in modo verbalmente aggressivo con i familiari, i vicini curiosi e con i ragazzi stessi, presunti autori
del dispetto. Questa circolarità della violenza mi ha ricordato, tenendo comunque presenti notevoli differenze, anche un classico del cinema,
cioè Arancia Meccanica, di Kubrick (28). È un film di fantascienza che descrive un futuro che potrebbe forse essere il nostro presente.
Violento e maschilista è anche il protagonista, Alex, minorenne, che vive di ultraviolenza, soprattutto contro le donne. Anche lui viene colto
in flagranza di reato e finisce in carcere per un femminicidio. Violente sono anche qui le istituzioni che arriveranno a privarlo della
capacità di distinguere il bene dal male, castrandolo chimicamente e psicologicamente nei confronti dell'aggressività in generale, anche
quella ragionevolmente difensiva, mediante un trattamento di condizionamento classico estremo: ogni volta che compie un gesto anche minimamente
violento, avvertirà una nausea per lui insopportabile, dato che per un periodo viene costretto a visionare filmati con quell'ultraviolenza
che ama tanto, ma che, in condizioni di costrizione, nel lungo periodo, arriva a non sopportare più.
Emotivamente assenti appaiono i genitori di Alex, che non hanno minimamente intuito la sua doppia vita di teppista seriale ultraviolento.
Certamente ci sono notevoli differenze con tutti i protagonisti di Adolescence, i quali, a differenza di Arancia meccanica, non sono mai
convinti del loro modo di agire violento. Anzi, sono più o meno tutti accomunati da un positivo dubbio sul loro comportamento. Rimane in
comune questa violenza circolare di persone e istituzioni, che è probabilmente una reazione ad un grande senso di incertezza che comporta
una caotica fase di transizione verso un nuovo modello di società. Anche l'odio verso le donne espresso da stupri seriali e da una sessualità
intesa, anche quando consenziente, come qualcosa di meccanico e dato per scontato nell'incontro uomo donna, è un'anticipazione geniale di
Kubrick relativa forse alla nostra epoca, dove il cinema porno propone scene di sesso spesso meccaniche e ripetitive. Questa violenza circolare,
a mio parere, nasce, come accennato, come reazione ad una paura nei confronti di cambiamenti sociali significativi. Un esempio è proprio il
rapporto uomo donna, che è cambiato in modo molto rapido negli ultimi anni del '900 e sta ancora mutando. Lo fa notare anche la psicoterapeuta
junghiana Valcarenghi nella sua video intervista intitolata Il popolo delle donne (29). Secondo lei è proprio l'accentuarsi del declino del
patriarcato, cioè il mettere sempre più in discussione i tradizionali rapporti uomo-donna, a generare un nuovo senso di panico, soprattutto
in quei maschi meno preparati a mettersi in discussione di fronte ad un soggetto femminile che reclama non solo diritti come la parità
di salario, ma anche il diritto ad una specifica soddisfazione sentimentale, relazionale e sessuale, oltre a non essere maltrattata né
psicologicamente né fisicamente da un partner. Il maschio, crollando il modello patriarcale che lo vede comunque dominante, teme quindi il
ripresentarsi di quel variegato senso di inferiorità, quel perturbante dai mille volti, per così dire, che abbiamo analizzato precedentemente,
in maniera così dettagliata, vista l'importanza per il nostro discorso, nel contributo di Andreoli. Ecco che allora il protagonista di
Adolescence, anche se è solo all'inizio dell'adolescenza, vive già confusamente, ma in maniera tragicamente significativa, non solo la
normale paura nei confronti di una sessualità ancora da scoprire, ma anche, grazie ad un uso poco consapevole di video-immagini sessiste e
misogine, trasmesse in rete, la crisi che il modello patriarcale sta vivendo. Questa crisi colpisce certamente ogni maschio ma, è fondamentale
ribadirlo, risulta nociva ed estremamente debilitante, creando un disagio ingestibile, in quei maschi scarsamente preparati al cambiamento,
a mettersi in discussione come "patriarchi spodestati", per così dire.
Neumann e la psicologia junghiana tutta esorterebbe i maschi contemporanei a vivere un nuovo "viaggio dell'eroe", quello descritto ne Le origini della coscienza (30), viaggio che diventa indispensabile per ciascuno di noi ogni volta che è necessario affrontare un cambiamento importante, che sia un lutto, un cambiamento di partner, di lavoro, ma anche sociale, come quello relativo al rapporto uomo-donna. Si tratta infatti di abbandonare qualcosa di conosciuto ma oggi non più valido, in quanto non più soddisfacente. Nel vedere C'è ancora domani personalmente ho provato pena anche per il protagonista maschile: mi chiedevo, da persona che ha vissuto le trasformazioni del femminismo degli anni '70 in Italia, come potesse vivere in modo soddisfacente un marito che ha quel tipo di rapporto così emotivamente distante da sua moglie, che la maltratta e la violenta, privandosi di un dialogo intimo e profondo, ma soprattutto paritario; l'uomo patriarcale è violento anche perché ha paura specificatamente di una pienezza sentimentale e sessuale che potrebbe coinvolgere ed appassionare, ma anche generare disagio proprio perché comporta la perdita del controllo personale: l'atto sessuale stesso, se vissuto con soddisfazione notevole, può fare paura proprio perché ricorda il fondersi - quindi anche il perdersi - di due partner appassionati, ma anche di un bambino nella dipendenza totale dalla sua figura materna, come ricordava Andreoli. Lo stupro o il maltrattamento fisico e psicologico su una donna fino ad arrivare al femminicidio, può essere quindi un modo per credere di mantenere il totale controllo della situazione, dove chi violenta, l'uomo, non si coinvolge emotivamente, resta prigioniero della sua violenza, ma anche dell'insoddisfazione sentimentale e personale. Nel femminicidio bisogna precisare che in molti casi l'uomo si suicida o è consapevole che verrà arrestato. Forse in alcuni casi non c'è solo una generica rabbia, ma anche il terrore di essere abbandonati proprio da una persona, la moglie o una partner, che si pensava totalmente dipendente da noi, e che, nonostante un rapporto del tutto insoddisfacente, non avrebbe mai osato lasciare il suo compagno. In questo caso è chi uccide (o maltratta) che scopre la sua, di dipendenza totale affettiva, suicidandosi, costituendosi o sapendo che non potrà sfuggire facilmente alla giustizia. Infatti non può più vivere senza la partner uccisa e si preclude o rende difficile, con un suicidio o con il carcere a vita, ogni possibilità di riformulare la sua esistenza.
Le video-immagini, così come il cinema, possono essere uno strumento di scoperta di sé ma anche un modo per riformulare e reinventare sé stessi e raccontarsi. Con diversi pazienti, accosto il lavoro sui sogni anche a riflessioni sui film e video. Cerchiamo le video-immagini tematiche che emozionano, suscitano rabbia o sulle quali il paziente spende più spesso il suo tempo, anche solo per rilassarsi. In queste immagini si possono rintracciare, con un lavoro di associazione libera e di rielaborazione, aspetti importanti di sé poco conosciuti o valorizzati, come ho approfondito in due saggi su cinema e video-immagini (31). Nel caso di Adolescence, invece, scopriamo un lato oscuro proprio delle video-immagini: se non riflettiamo e rielaboriamo film, video, serie televisive allora possiamo diventarne, nel caso peggiore, come accade a Jamie, vittime del contenuto di quelle immagini. Nel duplice ruolo di docente e di genitore ho più volte scoperto l'importanza del lavoro di visione ma, soprattutto, di rielaborazione di video-immagini e film, con i miei studenti, ma anche con mio figlio. Se questa rielaborazio ne manca, un filmato serve solo per distrarre, intrattenere e tenere calmi studenti e figli: è la critica che il poliziotto che indaga fa ai docenti della scuola di Jamie e anche quella di suo figlio, ai professori che sembrano limitarsi a proporre film come lezioni alternative, solo per passare il tempo e mantenere un pericoloso "quieto vivere", senza utilizzare le immagini viste come strumento didattico per approfondire concetti nel programma scolastico o come spunti per parlare, ad esempio, del disagio adolescenziale o di altri temi di attualità. Quindi Adolescence rappresenta anche un lato "oscuro", o dannoso, non positivamente trasformativo, delle video immagini, che spingono Jamie a commettere un femminicidio.
La serie di cui abbiamo parlato ha riscontrato un notevole successo anche perché racconta, come accennato, una possibile riflessione sulla transizione verso un modello di rapporto nuovo e ancora "in costruzione" tra maschile-femminile, ma anche tra genitori-figli e docenti-studenti. Il film si conclude appunto con il papà di Jamie che chiede scusa al proprio figlio perché sente che "non ha fatto abbastanza"; e noi - genitori, educatori, adulti - siamo con lui in questo gesto di sincera umiltà, che dimostra un mettersi in discussione per provare a capire meglio i cambiamenti in corso di tutti, uomini, donne, persone e istituzioni. Pensiamo ai genitori di assassini così come di chi ha avuto figlie vittime di femminicidio, come il padre di Giulia Cecchettin. Anche lui sente che deve "fare di più", non nel senso di scoprirsi in un qualche modo colpevole, ma perché avverte come urgente e importante impegnarsi in diverse iniziative come conferenze, elaborazioni di libri, interventi televisivi, riflessioni in gruppi di auto-aiuto o di studio per provare a migliorare, anche di poco, i rapporti tra i due sessi e certamente anche le relazioni umane in generale in tempi di cambiamento e costruzione di nuovi valori e modelli sociali. (32)
1) Adolescence. Miniserie ideata da J. Thorne e S. Graham, regia di P. Barantini, Regno Unito, 2025. In poco più di due settimane ha sfiorato le 100 mila visualizzazioni, è diventata un caso mediatico e politico. Attraverso quattro episodi girati in piano sequenza, racconta le conseguenze del femminicidio di una tredicenne per mano di un coetaneo. Un punto importante della narrazione è il silenzio emotivo che isola i ragazzi nella fragilità maschile che non trova voce né ascolto nella disconnessione tra padri e figli, con i Millennial costretti a rendersi conto di non essere genitori migliori.
2) A. Philips I no che aiutano a crescere. Tr. It. Feltrinelli, Milano, 2013.
3) Inside out di P. Docter e R. Del Carmen, USA, 2015 e Inside out 2 di K. Mann, USA, 2024.
4) M. Manca, (a cura di) Generazione hastag. Gli adolescenti disconnessi. Alpes, Roma, 2016, pp. 16,17.
5) C. Bidoli Perché la serie Adolescence ci riguarda, in Corriere della sera, 13-4-25.
6) M. Manca, 2026, op. cit. pp. 3-4.
7) Ricordo solo qualche contributo, anche relativo alla composizione della famiglia e agli stili educativi: A. Como, E. Clemente, R. Danieli, Il laboratorio delle scienze umane e sociali, Pearson, Milano, 2024 e B. Bettelheim Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, Milano, 2022
8) W. Lederer, M.D. The Fear of Woman, Harcourt Brace Jovanovich, INC, New York, 1968, pp. 282.284, (tradotto in proprio)
9) E Neumann (1956) La grande madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell'inconscio, tr. It Astrolabio, Roma, 1981 pp.35 e 41)
10) C'è ancora domani di P. Cortellesi, Italia, 2023
11) S. Andreoli Psicopatologia maschile del femminile rinnegato: la natura perturbante del femminile nell'uomo. Relazione tenuta per il VIII Convegno Internazionale Congiunto Opifer e AAPDP: "Violenza di genere e trauma: prospettive psicanalitiche. 22-23-24 Ottobre 2021, www.dottstefanoandreoli.it
12) Su questo tema in specifico, rimando al mio L'energia delle videoimmagini. Creazione e scoperta di sé attraverso il cinema e le sue variazioni. Alpes, Roma, 2023. Per gli aspetti filosofici e culturali relativi alla svalutazione della donna rimando a D. Massaro La meraviglia delle idee, Vol. 1 La filosofia antica e medievale. Pearson, Milano, 2015
13) S. De Beauvoir (1949). Il secondo sesso. Il saggiatore, Milano, 1961. S. Freud (1912). Secondo contributo alla psicologia della vita amorosa. OSF, VI, Bollati Boringhieri, Torino, 1967 - 1980.
14) M. Mead (1949). Maschio e femmina. Il saggiatore, Milano, 1962.
15) M. J. Sherfey (1966). Natura ed evoluzione della sessualità femminile. In Miller J. B. (1974). Le donne e la psicoanalisi. Boringhieri, Torino, 1976.
16) K. Horney (1967). Psicologia femminile. Armando, Roma, 1980.
17) G. Zilboorg (1944). Il maschile e il femminile: alcuni aspetti biologici e culturali. In Miller J. B. (1974). Le donne e la psicoanalisi. Boringhieri, Torino, 1976.
18) J.J. Bachofen (1861). Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino, 1988.
19) C. Lévi-Strauss (1956). Razza e storia e altri studi di antropologia. Einaudi, Torino, 1967.
20) S. Freud (1932), Introduzione alla psicoanalisi: nuova serie di lezioni, OSF XI, Bollati Boringhieri, Torino, 1967 - 1980.
21) R. Greenson (1968). La disidentificazione dalla madre. In Breen D. (1993). L'enigma dell'identità dei generi. Borla, Roma, 2000.
22) S. Andreoli, op. cit. Si vedano come riferimenti: R. J. Stoller (1975). Perversione. La forma erotica dell'odio. Feltrinelli, Milano, 1978. A. Goldberg (1994). Perversione e perversioni. Boringhieri, Torino, 1998. J. Chasseguet-Smirgel (1986). I due alberi del giardino. Feltrinelli, Milano, 1991. E. Fromm (1949). Sesso e carattere. In Il bisogno di credere (1963), Mondadori, Milano, 1997.
23) G. Roheim (1953). Le porte del sogno Vol. I. Il ventre materno. Guaraldi, Firenze, 1973.
24) Enemy di D. Villeneuve, Canada, Spagna, 2013. Liberamente tratto dal romanzo L'uomo duplicato di J. Saramago
25) S. Andreoli, op. cit. Si vedano come riferimenti: J. Benjamin (1988). Legami d'amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose. Raffaello Cortina, Milano, 2015. A. Green (1983). Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Raffaello Cortina, Milano, 2018. H. Segal H. (1955), Un approccio psicoanalitico all'estetica, in: Nuove vie della psicoanalisi, Il Saggiatore, Milano, 1971.
26) K. Horney (1967). Psicologia femminile. Armando, Roma, 1980, p. 154-155
27) L. Penny Adolescence non sconvolge in Internazionale, N.1608, Aprile 2025
28) Arancia meccanica ( A Clocwork Orange) , Di S. Kubrick, USA, Regno Unito. 1971.
29) Il popolo delle donne di Y. Ancarani, Italia, 2023.
30) E. Neumann Storia delle origini della coscienza (1949), Astrolabio, Milano, 1978. Sintetizzando l'eroe rappresenta ognuno di noi che, in modo simile al protagonista di un racconto avventuroso, abbandona il suo mondo, ma anche un modo di vivere o pensare abituali, e compie un viaggio rocambolesco e pieno di imprevisti in un mondo nuovo e straordinario. Ci sono incontri con mostri, pericoli di ogni genere, compiti quasi impossibili, ma nel finale l'eroe vince ogni ostacolo, per quanto gli sia sembrato difficile. L'affrontare il drago, la balena o finire in una situazione molto pericolosa equivale simbolicamente al ritorno in un luogo simile al ventre materno. Si rischia la morte, ma la vittoria è in questo modo anche una rinascita. L'eroe torna quindi al suo mondo abituale rinato e rinnovato da questa esperienza difficile di confronto con il nuovo e l'incerto.
31) Rimando ai miei saggi: A. Arrighi, La soluzione trascurata. Bene e male nella psicologia junghiana raccontati attraverso il cinema. Alpes, Roma, 2015; L'energia delle videoimmagini. Creazione e scoperta di sé attraverso il cinema e le sue variazioni. Alpes, Roma, 2023 e al materiale sul mio professionale: www.arrighi-psicologo.it
32) Ricordo anche un importante collegamento con il film Una figlia, di Di Matteo, Italia, 2025. In un'intervista di C. Bidoli, troviamo alcuni importanti punti in comune con la nostra riflessione su Adolescence: Secondo lo psichiatra Migliarese:
"Siamo circondati da una narrazione fittizia e autentica, che vede tra i principali protagonisti i giovani insieme alla violenza, subita e praticata, espressa in tutte le sue terribili forme, come avviene in Una figlia. Sembra che il male sia più vicino, che possa riguardare chiunque, entrare con facilità nelle nostre vite sotto forma di rivoli silenziosi che si insinuano nel nostro quotidiano, portando con sé immagini e pensieri feroci carichi di sofferenza, paura e fragilità. E lo fa attraverso i fatti di cronaca, ma anche alcuni racconti di serie tv e film che mostrano quello che è inaccettabile e incomprensibile: il lato sofferente e oscuro degli adolescenti di oggi. (...) Dentro ognuno di noi c'è una quota di energia propulsiva che ci porta ad andare, consciamente e inconsciamente, verso ciò che riteniamo utile e importante. Gli adolescenti sono nella fase della vita che ha il picco massimo di energia, sia fisica che mentale e, biologicamente, sono più impulsivi, non hanno ancora sviluppato la capacità di prevedere le conseguenze delle loro azioni, possiamo considerarli come delle auto potenti con dei freni da utilitaria. Il punto sta nella modalità in cui questa energia viene indirizzata. (...) Viviamo in una costante riduzione di tempi e spazi che portano a sperimentare una condizione di perenne ubiquità, dove tutto è veloce e le azioni avvengono non appena le pensiamo. Non c'è più l'attesa, il pensiero ragionato e, nei ragazzi che già di per sé sono istintivi, alzare l'asticella senza alcun freno porta a effetti che possono essere gravi. Pensiamo alle azioni nate da un impulso del momento, magari da un'emozione forte, generate da certe forme di rabbia o frustrazione che possono portare a conseguenze serie e irreversibili. (...) L'obiettivo degli adulti dovrebbe essere quello di tracciare una rotta, di dare dei punti di riferimento a livello di valori, prospettive, di modelli di vita e poi lasciare andare i ragazzi, facendo sempre sentire la propria presenza, ma a distanza. Amare un figlio significa amarlo in quanto tale, in quanto in grado di prendere un'altra strada. Kahlil Gibran diceva che i figli sono frecce che, una volta partite dall'arco, devono continuare ad andare. (...) Di fronte alla sofferenza di un figlio i genitori sono spesso i primi a non reggere la situazione e rischiano oi alimentare insicurezze perché intervengono per sistemare le cose, sono iperprotettivi, ma così non li allenano a superare gli ostacoli e le delusioni della vita. Per affrontare il dolore, e aiutare i figli a farlo, bisogna innanzitutto riconoscere il valore del tempo, che insegna che non esistono sempre risposte immediate e che, talvolta, il dolore e la fatica possono avere un significato". Da C. Bidoli Nella testa dei ragazzi. Sempre sui social come rumore di fondo. Le azioni non nascono da un pensiero. In 7 Corriere della sera del 1-5-2025
Andrea Arrighi vive a Milano e lavora come psicoterapeuta e analista junghiano a orientamento biografico e filosofico a Milano.
È docente di ruolo di filosofia, psicologia applicata, tecniche della comunicazione e Scienze Umane presso l'Istituto Oriani-Mazzini di Milano.
Tiene conferenze interattive multimediali su psicoanalisi e filosofia introdotte attraverso il cinema per il circolo culturale "Philo"
(Milano), per "Vita-Filosofica" di Bergamo e per Unitre Tuscia (Viterbo).
È tra i soci fondatori di Sabof (società di analisi biografica a orientamento filosofico) ed è docente nella scuola di Mitobiografica.
Ha pubblicato diversi articoli divulgativi sulla psicologia junghiana e in generale nelle seguenti riviste: "Eidos. Cinema psyche e arti
visive", "Rivista di psicologia analitica, Nuova serie".
Tra le sue opere:
La soluzione trascurata. Bene e male nella psicologia junghiana raccontati attraverso il cinema (Alpes, Roma, 2015).
"Il 'positivo del negativo': allenarsi alla frustrazione nel percorso analitico, auto (mito) biografico e nell'immaginario cinematografico"
nel testo collettaneo Bartolini, Mirabelli (a cura di).
L'analisi filosofica. Avventure del senso e ricerca mito-biografica (Mimesis-Pratiche filosofiche, 2019).
Il suo testo più recente è L'energia delle videoimmagini. Creazione e scoperta di sé attraverso il cinema e le sue variazioni (Alpes, 2023).
Per contattare il Dr. Andrea Arrighi puoi chiamare il numero 329.2921893 oppure inviare una mail compilando i campi sottostanti